A Roma, nel cuore della città, tra i marmi che hanno visto passare secoli, prende forma una mostra che non si accontenta di esporre: vuole raccontare. Non la Roma delle cartoline né quella delle glorie note, ma una città-mondo, porosa, febbrile, attraversata da lingue, oggetti, corpi e sogni. Barocco Globale, in scena alle Scuderie del Quirinale, è un atlante di visioni e di visiti: un lungo viaggio dentro le relazioni tra arte e mondo nella Roma del Seicento, quando la capitale del cattolicesimo si apriva al diverso e lo ricomponeva nella propria immagine, non senza contraddizioni, stupori, resistenze.
Curata da Francesca Cappelletti e Francesco Freddolini, la mostra si articola come una sinfonia fatta di contrappunti: oltre cento opere, tra tele, busti, stoffe e reliquie, attraversano il secolo più teatrale della nostra storia visiva. E se Bernini, Van Dyck e Poussin sono i nomi-guida, il battito profondo è altrove: nei volti scuri che emergono dalle tele, nei paramenti liturgici intessuti con piume americane, nei busti diplomatici scolpiti nel marmo come se fossero principi romani. Il racconto non è lineare, non vuole esserlo: si apre su più piani, si piega, si ricompone.
Il busto di Antonio Manuel Ne Vunda, ambasciatore del Regno del Congo, è l’ingresso silenzioso in questa storia. Scolpito da Francesco Caporale nel 1608 e prestato per la prima volta dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, dopo un restauro condotto da Ales S.p.A., si impone come figura sorgiva: un corpo nero, ieratico, accolto in un contesto liturgico romano. Non una curiosità esotica, ma una presenza concreta, politica, affettiva. Davanti al suo sguardo, tutto il percorso si carica di densità: ogni oggetto diventa eco, riscrittura, distanza che si avvicina.
Le sale si susseguono come onde calme, e l’allestimento asseconda il respiro delle opere. Le luci non abbagliano, ma rivelano. Le distanze tra gli oggetti creano ritmo, spazio, silenzio. È una mostra che chiede lentezza: nulla è forzato, nulla spettacolarizzato. È Roma stessa a parlare, con la voce dei suoi artisti e quella, sommessa ma insistente, dei mondi che ha incontrato e assorbito.
Ci sono dipinti che sorprendono per la loro capacità di contenere storie remote: l’Andromeda di Rutilio Manetti, chiara, bionda, reinventata. Il Giovane africano di Cordier, dignitoso, enigmatico. Il Ritratto di Nicolas Trigault, gesuita in vesti cinesi, dipinto in ambito rubensiano. La Santa Cecilia dell’artista indiana Nini. E poi i paramenti liturgici, i tessuti, le mitre: un’iconografia che mescola fede e materia, estetica e potere.
Nel cuore del percorso, il bozzetto della Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini si presenta come un microcosmo allegorico: qui il mondo intero è fiume, è corpo, è volto. Nella figura del Rio della Plata si legge il passaggio tra l’America indigena e l’Africa deportata. È uno slittamento silenzioso, ma cruciale, che dice molto più di mille trattati.
Altrove, i ritratti di Ali-qoli Beg e di Maria Mancini Armida, i funerali di ambasciatrici persiane, gli oggetti donati, spediti, replicati. Ogni opera è un appiglio, un varco per entrare in un’epoca che pensava in grande, e nel farlo, si specchiava negli altri.

Il catalogo, edito da Electa, raccoglie voci che si intrecciano come le sezioni della mostra. Non accompagna soltanto: è un ulteriore luogo di riflessione. I saggi parlano di missione e di ascolto, di egemonia e di meraviglia, di iconografie che non sono mai neutre.
E poi, come una coda, il ciclo del Quirinale: gli affreschi del Salone dei Corazzieri, dove sono raffigurati ambasciatori di terre lontane ricevuti da Paolo V. È un altro modo di dire che questa mostra continua anche fuori, che Roma è ancora piena di tracce di quella sua vocazione universale.
Si esce in silenzio, e fuori la città non è cambiata. Gli occhi che incroci nei vicoli, nelle piazze, nei mercati, sono gli stessi che hai appena visto nei ritratti, nei busti, nei dipinti. Perché Roma continua a essere, da secoli, un luogo dove le identità si toccano, si sovrappongono, si reinventano. Non come eccezione. Ma come regola. Photocredit Scuderie del Quirinale
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